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Le distanze delle piante dal confine

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Introduzione

Chi intende piantare un albero oppure una semplice pianta all’interno del proprio fondo, sia esso un appezzamento di terreno coltivato oppure un piccolo giardino, deve rispettare una certa distanza dal confine, al fine di non correre il rischio di procurare un danno al confinante. Ad esempio, i rami potrebbero protendersi nel fondo altrui, togliendo luce e ombra, oppure le radici potrebbero danneggiare le fondamenta dell’immobile del vicino. D’altra parte, la normativa è implicitamente diretta anche a determinare, regolare e garantire lo spazio vitale a ciascun tipo di albero, in relazione all’altezza del fusto, “per espandere liberamente le proprie radici e quindi per crescere ed eventualmente fruttificare in condizioni di normale rigoglio”.

Il nostro Codice Civile, nell’ambito delle disposizioni in materia di proprietà, ha avuto cura di disciplinare in maniera specifica il tema delle distanze tra costruzioni, piantagioni, muri, fossi e siepi interposti tra i fondi (sezione VI, titolo II, libro III). Attraverso queste norme (dall’art. 873 cod civ. all’art. 899 cod. civ.), il legislatore ha previsto alcune limitazioni alla libertà dei proprietari dei terreni, a tutela dell’interesse pubblico e della sicurezza dei confinanti e degli abitanti, in relazione, ad esempio, alla distanza degli alberi da frutto dal confine, all’altezza della siepe, alla distanza delle piante dal confine …. regolando appositamente i casi di alberi che non rispettano la distanza legale, la recisione di rami e radici del vicino, ecc…

Inoltre, il codice predispone anche rimedi nel caso in cui le prescrizioni sulle distanze dalle piante dal confine non vengono rispettate, o nell’ipotesi in cui ciò sia fonte di danno arrecato al proprietario del fondo confinante.

CHE DISTANZA DEVONO AVERE LE PIANTE DAL CONFINE?

Il codice civile all’art. 892 parla solo di:

  • Alberi
  • arbusti
  • viti
  • siepi vive
  • piante da frutto

La giurisprudenza si è pronunciata anche in merito a particolari tipologie di piante non menzionate nel codice civile: l’elencazione di cui all’art. 892 cod. civ. non è tassativa ma indica solo alcune caratteristiche da rinvenire volta, nelle single tipologie di pianta. Ad esempio:

  • i canneti vanno assimilati agli arbusti e non alle piante di alto o medio fusto, infatti, la loro altezza è del tutto irrilevante rispetto alla distanza da osservare,
  • la pianta di granturco va qualificata come arbusto (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 5321 del 17/03/2016),
  • gli alberi di fico rientrano nella categoria degli alberi il cui fusto, sorto ad altezza non superiore a tre metri, si diffonde in rami (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 12949 del 23/06/2015)

Ancora, il codice civile si rivolge solamente alle piante interrate, e cioè piantate nel terreno. Non invece alle piante invasate, cioè piantate nei vasi.

L’art. 892 cod. civ. indica come la distanza dal confine deve essere di:

  • mezzo metro per le viti, per gli arbusti, le siepi vive, le piante da frutto fino a due metri e mezzo;
  • un metro per le siepi di ontano, di castagno o di altre piante simili che si recidono periodicamente vicino al ceppo in modo da impedire la crescita in altezza e favorire l’aumento in larghezza;
  • un metro e mezzo per gli alberi di non alto fusto. Sono reputati tali quelli il cui fusto, sorto ad altezza non superiore a tre metri, si diffonde in rami
  • due metri per le siepi di robinie.
  • tre metri per gli alberi di alto fusto, cioè quelli il cui fusto, semplice o diviso in rami, sorge ad altezza notevole, come sono i noci, i castagni, le querce, i pini, i cipressi, gli olmi, i pioppi, i platani e simili

Le stesse distanze si applicano, a norma dell’art. 893 cod. civ. agli alberi che nascono o si piantano nei boschi, sul confine con terreni non boschivi, o lungo le strade o le sponde dei canali, di proprietà privata, salva la presenza di un diverso regolamento o diversi usi locali.

COME SI MISURA LA DISTANZA DEGLI ALBERI DAL CONFINE?

Sul punto è d’aiuto il terzo comma dell’art. 892 cod. civ., che indica che la distanza tra l’albero e il confine della proprietà si misura partendo dalla linea del confine fino ad arrivare alla base esterna del tronco dell’albero nel momento in cui viene piantato oppure, in caso di semina, partendo dal punto in cui è stata effettuata la semina. A nulla rileva  la successiva inclinazione della pianta rispetto al punto della semina o della piantagione, ancorché tale inclinazione sia opera dell’uomo (Cass. Civ. sez. 2, Sentenza n. 1135 del 12/05/1964).

Nel caso di proprietà delimitate da un muro comune, la linea di confine non si identifica con la linea mediana del muro, poiché su di esso, nonché sull’area di relativa incidenza, i proprietari confinanti esercitano la contitolarità del rispettivo diritto per l’intera estensione ed ampiezza, sicché le distanze si misurano rispetto alla facciata del muro prospiciente la cosa da tenere a distanza (Cass. Civ. Sez. 1, Sentenza n. 26941 del 23/12/2016).

COME DISTINGUERE GLI ALBERI DI ALTO FUSTO DAGLI ALTRI?

Secondo una risalente giurisprudenza “il concetto di fusto si deve ritenere comprensivo non solo del tronco, ma anche delle branche principali. Pertanto per stabilire se un albero, non costituito da un asse semplice, possa classificarsi, o non, di alto fusto, si deve avere riguardo all’altezza del fusto, comprensivo sia del tronco, e cioè della parte aerea dell’albero compresa tra il colletto e la prima imbrancatura” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 1792 del 09/07/1962).

Secondo una giurisprudenza più recente il concetto di “fusto” comprende infatti il tronco vero e proprio (da terra alla prima imbracatura) e le branche principali che se ne diramano, fin dove esse si diffondono in rami, dando chioma alla pianta; viceversa, per fusto che “si diffonde in rami”, s’intende l’intenso propagarsi degli elementi secondari dell’albero, cioè dei rami in senso stretto, i quali non fanno parte integrante del fusto (Sez. 2, Sentenza n. 26130 del 30/12/2015).

Gli alberi di alto fusto, ad esempio i noci, i castagni, le querce, i pini, i cipressi, gli olmi, i pioppi, i platani e simili, sono identificati secondo la definizione botanica, ovvero con riguardo allo sviluppo comunque assunto in concreto, quando il fusto sorge ad altezza notevole, cioè quando il tronco si ramifichi ad un’altezza di almeno tre metri (Cass Civ. Sez. 2, Sentenza n. 3232 del 18/02/2015).

Per attribuire ad un albero la qualifica di alto fusto, bisogna quindi considerare l’altezza che l’albero è destinato a raggiungere, in relazione alle sue caratteristiche vegetative, e non all’altezza che ha già raggiunto. Tuttavia, occorre considerare anche il sistema di coltivazione,, che oggettivamente incide sulle caratteristiche vegetative degli alberi.

Vanno, infine, considerati come alberi di non alto fusto quelli “il cui fusto, sorto ad altezza non superiore a tre metri, si diffonde in rami … l’intenso propagarsi degli elementi secondari dell’albero, cioè dei rami in senso stretto, i quali non fanno parte integrante del fusto” (Cass., sent. n. 26130 del 12 dicembre 2015).

A QUALE DISTANZA DAL CONFINE SI POSSONO PIANTARE ALBERI AD ALTO FUSTO?

La distanza dal confine da rispettare ai sensi dell’art. 892 cod. civ., è di tre metri.

Tuttavia, gli alberi ad alto fusto possono formare una siepe, con la conseguente applicazione della distanza di un metro dal confine. Condizione necessaria è che questa adempia alla sua naturale funzione di protezione, di barriera contro agenti esterni. È necessario, cioè, che gli alberi siano coltivati in modo speciale: tagliati periodicamente vicino al ceppo, impedendo la crescita in altezza e favorendo quella in larghezza, rendendo possibile l’avvicinamento dei vari rami e dei vari alberi e la formazione di una protezione o barriera contro gli agenti esterni (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 2084 del 07/10/1965).

QUANTO DEVE ESSERE ALTA LA SIEPE DEL VICINO?

In merito all’altezza della siepe, né il legislatore né la giurisprudenza non hanno dettato una disciplina precisa, pertanto non esiste una soglia oltre la quale una siepe non può estendersi in altezza.

Tuttavia, il principio generale è che la siepe, come ogni altra opera o manufatto, non può avere un’altezza tale da togliere aria, luce e vista del fondo confinante, tanto è vero che se è presente un muro di confine, per le piante non è prescritta alcuna distanza in orizzontale, ma “in verticale”: le piante non possono infatti superare l’altezza del muro di confine poiché, in caso contrario, il vicino subirebbe una diminuzione di aria, luce e veduta. Sul punto si è pronunciata anche la Cassazione affermando a chiare lettere che “Le prescrizioni relative alle distanze legali degli alberi e delle piante dal confine, stabilite nei primi tre commi dell’art. 892 c.c., non devono essere osservate quando sul confine esista un muro divisorio e le dette piante non lo superino in altezza poiché, in questo caso, il vicino non subisce diminuzione di aria, luce e veduta” (Cass., ord. n. 18439 del 12 luglio 2018).

COSA FARE SE LE PIANTE DEL VICINO INVADONO LA MIA PROPRIETÀ?

Quando le piante, i loro rami o radici limitano il godimento del fondo del vicino, il legislatore ha previsto una serie di tutele agli artt. 894, 895 e 896 cod. civ.

Occorre distinguere i casi.

In primo luogo, occorre verificare se siano o meno rispettate le distanze che, come sopra riportato, si misurano dal tronco. In caso di risposta negativa, il confinante può esigere che gli alberi e le siepi che sono stati piantati o siano nati spontaneamente a distanza minore, siano estirpati (art. 894 cod. civ.) salvo che esista un vincolo paesaggistico ex art. 866 cod. civ.

Si tratta del c.d. diritto all’estirpino che opera a prescindere dall’esistenza o meno di un danno già provocato.

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COSA SUCCEDE SE TAGLIO I RAMI DEL VICINO?

Può succedere che, sebbene il tronco della pianta rispetti le distanze legali, i suoi rami siano eccessivamente lunghi e si sporgano oltre il confine.

L’articolo 896 cod. civ. stabilisce che il proprietario sul cui fondo si protendono i rami degli alberi del vicino, può in qualunque tempo costringerlo a tagliarli, salvo che i regolamenti o gli usi locali dispongano diversamente.

Ne consegue che il proprietario non può sua sponte tagliare i rami della pianta altrui che propendono nel proprio giardino, ma deve intimare il confinante o, in extrema ratio, adire le vie legali. Viceversa, potrebbe commettere il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni ex art. 392 cod. pen. punito a querela della persona offesa, con la multa fino a 516 euro.

I frutti caduti per cause naturali dai rami protesi sul fondo del vicino appartengono, di norma, al proprietario del fondo su cui sono caduti. Se invece, secondo gli usi locali, i frutti appartengono al proprietario dell’albero, il vicino deve permetterne l’accesso per raccoglierli, ma può impedirlo se raccoglie e consegna i frutti al proprietario dell’albero.

Caso diverso, se a “invadere” il proprio fondo sono le radici della pianta altrui. In tal caso, il proprietario del fondo può egli stesso tagliare le radici che si addentrano nel suo fondo, salvi però i regolamenti e gli usi locali.

In ogni caso, in presenza di un danno arrecato dall’invasione di rami, radici o piante al fondo vicino, sarà sempre possibile agire per ottenere un risarcimento del danno nel rispetto del termine di prescrizione quinquennale (trattandosi di responsabilità delittuale).

CHI DEVE TAGLIARE LA SIEPE DI CONFINE?

Nei casi di siepi poste sul confine tra due fondi sorge il problema di capire chi è tenuto alla sua manutenzione.

Se la siepe cresce tra due fondi, segnandone il confine, si applica l’art. 898 cod. civ. secondo cui  si presume di proprietà comune ed è pertanto mantenuta a spese dei confinanti.

È tuttavia possibile fornire la prova contraria, cioè che sebbene sorga sul confine, la siepe sia di proprietà esclusiva di un solo confinante.

La prova contraria può essere offerta, ad esempio, in base ad un termine di confine (ad esempio un albero o un palo) che delimita il confine tra le due proprietà. Se uno solo dei fondi è recinto, si presume che la siepe appartenga al proprietario del fondo recinto, ovvero di quello dalla cui parte si trova la siepe stessa in relazione ai termini di confine esistenti.

Se la siepe risulta di proprietà esclusiva, nel silenzio del legislatore, viene applicata alla siepe la disciplina sul taglio dei rami dell’albero che si protende oltre il confine, poiché la manutenzione è a carico del proprietario sul cui fondo è piantata la siepe. Quindi, in via principale sorge il diritto di richiedere, anche formalmente, al vicino di provvedere al taglio della siepe sporgente.

È POSSIBILE USUCAPIRE IL DIRITTO DI TENERE GLI ALBERI O LE PIANTE AD UNA DISTANZA MINORE DI QUELLA PREVISTA DALLA LEGGE?

In alcuni casi, nonostante le piante siano a distanza inferiore ai termini di legge, o i rami/radici invadano il fondo altrui, è possibile evitarne l’abbattimento o il taglio.

In primo luogo, è possibile che sulla pianta sia stato dichiarato il notevole interesse artistico o paesaggistico

In secondo luogo è possibile che, mediante un atto negoziale tra le parti private, venga costituita una servitù atipica di:

  • di tenere le piante a distanza inferiore alla legale,
  • di far protendere i rami/radici sul fondo del vicino (si legga per approfondimenti questo articolo).

Tuttavia la servitù si estingue con la fine della vita della pianta: l’art. 895 cod. civ. stabilisce che se la pianta muore o viene recisa o abbattuta, non può essere sostituita con una nuova pianta nella stessa posizione, ma la nuova pianta deve rispettare la distanza legale.

Discorso diverso vale per un filare di alberi piantanti in serie su una linea retta, nel senso che, come ribadito anche dalla Cassazione, la servitù di tenere a distanza minore di quella legale , si riferisce non a ciascuna singola pianta, ma all’intero filare complessivamente considerato, da intendersi come universalità di cose, quindi, “finché questo conserva unitariamente la sua vitalità, esso può essere integrato mediante la sostituzione di piante nuove a quelle che via via muoiono o vengono abbattute; quando, invece, il filare venga distrutto nella sua interezza, per opera dell’uomo o per evento naturale, la sostituzione può avere luogo soltanto nel rispetto della distanza prevista dalla legge” (Cass. civ., sez. II, sent. n. 15199 del 9 giugno 2008).

L’art. 895 cod. civ., indirettamente afferma la possibilità di usucapire il diritto di mantenere alberi e piante ad una distanza minore di quella legale. Ciò si realizza quando per oltre vent’anni il vicino abbia accettato, senza alcuna opposizione, l’esistenza di arbusti o piante a distanze inferiori da quelle previste dalla normativa di riferimento. Trascorsi vent’anni (equivalenti al termine di usucapione ordinario per l’acquisto della proprietà a titolo originario su beni immobili) il confinante perde il diritto a far valere l’irregolarità delle distanze e il diritto all’estirpino. Tutto ciò è stato pacificamente confermato dalla giurisprudenza di legittimità e cristallizzato nell’obiter dictum: “Il diritto di mantenere una siepe a distanza dal confine inferiore rispetto a quella legale può essere usucapito nel termine previsto per i beni immobili” (Cass., sent. n. 13640 del 30 maggio 2017).

Un problema può riscontrarsi nell’individuare il termine iniziale dal quale far decorrere il ventennio; anche su questo punto è stata fondamentale una precisazione giurisprudenziale secondo cui il termine decorre “dalla data del piantamento, perché è da tale momento che ha inizio la situazione di fatto idonea a determinare, nel concorso delle altre circostanze richieste, l’acquisto del diritto per decorso del tempo, come è desumibile dall’art. 892, terzo comma, cod. civ., che fa riferimento, ai fini della misurazione della distanza di un albero dal confine, alla base esterna del tronco “nel tempo della piantagione” (Cass., sent. n. 26418 del 16 dicembre 2014).

Non si può invece usucapire il diritto a tenere i rami sul fondo del vicino, poiché l’art. 896 cod. civ. stabilisce che il confinante può esigerne il taglio “in ogni tempo” e quindi anche dopo venti anni (Cass. civ. n. 14632/2012).

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